«Sviluppare antibiotici non è redditizio: le università hanno dunque un ruolo cruciale»

Michael Lobritz, Roche
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Il responsabile del dipartimento di Malattie Infettive di Roche spiega le sfide sanitarie e socioeconomiche legate alle resistenze agli antibiotici, sottolineando il ruolo chiave che la ricerca di base svolge in questa lotta.

Il settore farmaceutico e delle scienze della vita è uno dei pilastri più forti dell’economia svizzera: rappresenta quasi il 40 per cento delle esportazioni e investe massicciamente nella ricerca e nello sviluppo. Lo sviluppo di un nuovo farmaco non è quindi solo una svolta scientifica epocale, ma anche il risultato di uno sforzo coordinato in termini di investimenti a lungo termine, risorse umane e strategia, che crea valore per i pazienti, la società e l’economia.

In un’intervista con il FNS, Michael Lobritz spiega perché servono urgentemente nuove terapie per combattere le resistenze agli antibiotici e perché il loro sviluppo dipende dalla ricerca di base.

Signor Lobritz, Lei è il responsabile del dipartimento di Malattie infettive presso Roche Pharma Research and Early Development. Precedentemente, ha lavorato come medico e ricercatore in questo stesso ambito. Che ruolo riveste la ricerca di base nello sviluppo di nuovi farmaci?

La ricerca di base è il fondamento di tutto. A volte si fraintende ciò che fanno aziende come Roche rispetto al lavoro svolto dal mondo accademico. La ricerca accademica riguarda la scoperta, ovvero l’individuazione di nuovi meccanismi biologici. La ricerca farmaceutica riguarda la creazione, vale a dire lo sviluppo di tali scoperte e la loro trasformazione in terapie utilizzabili. Entrambe sono complementari, e mi piace considerarle come «scienza di base applicata», che fa da ponte tra scoperta e creazione.

Mi può fornire un esempio concreto?

La scoperta e lo sviluppo della penicillina è il caso classico. Sono in molti a conoscere la storia dello scienziato inglese Alexander Fleming, il quale nel 1929 osservò che la muffa su una piastra di coltura dimenticata uccideva i batteri vicini. Fu una scoperta straordinaria, ma non ancora un medicinale. La penicillina divenne disponibile al pubblico solo a metà degli anni Quaranta.

Che cosa successe nel frattempo?

Ci sono voluti più di dieci anni prima che Howard Florey e i suoi colleghi di Oxford dimostrassero l’efficacia della sostanza purificata e sviluppassero metodi per purificare e produrre penicillina in quantità sufficienti a garantire la sicurezza e l’efficacia per i pazienti. Questa collaborazione dimostra come la ricerca di base e quella farmaceutica siano complementari: la prima identifica i meccanismi sottostanti, la seconda li traduce in una terapia pratica.

Il percorso della penicillina sottolinea inoltre l’importanza di continuare a sostenere la ricerca di base. Le istituzioni come il Fondo nazionale svizzero per la ricerca scientifica rivestono un ruolo importante nel promuovere e rendere possibile questo lavoro iniziale, che costituisce la base su cui costruire le successive scoperte mediche.

Una solida base scientifica è particolarmente importante nel campo delle malattie infettive?

È essenziale in tutti i settori, ma le malattie infettive presentano caratteristiche proprie e particolari. Nuovi agenti patogeni emergono e quelli precedenti ricompaiono in forme resistenti. Questa costante evoluzione ci impone di innovare continuamente.

Esiste una mancanza di innovazione in alcuni settori delle malattie infettive?

Sì, e la mancanza di investimenti nella ricerca scientifica di base su determinati agenti patogeni crea delle lacune quando c’è urgente bisogno di farmaci. La COVID-19 ci ha ricordato come decenni di ricerca possano improvvisamente rivelarsi fondamentali: il rapido sviluppo dei vaccini a mRNA è stato possibile solo grazie al lavoro scientifico svolto nel corso di molti anni.

Questo dimostra come la ricerca di base getti le fondamenta per l’innovazione futura. Poiché lo sviluppo di una nuova tecnologia medica può richiedere fino a 15 anni, dobbiamo pensare già oggi alle esigenze mediche del 2040.

Quanto sono importanti gli antibiotici per la medicina moderna?

È difficile sopravvalutarne l’importanza e, con essa, l’importanza della ricerca di base che li ha resi possibili. Gli antibiotici sono così profondamente radicati nella sanità da essere quasi invisibili, eppure sono alla base di gran parte della medicina moderna. Ogni giorno in ogni ospedale fino alla metà dei pazienti riceve antibiotici; nelle unità di terapia intensiva, la percentuale può superare il 90 per cento.

Gli antibiotici sono stati tra i primi farmaci ad avere trasformato profondamente il sistema sanitario e ogni progresso successivo. Essi permettono infatti di mantenere in vita le persone resi vulnerabili a gravi infezioni, poiché ad esempio stanno seguendo terapie antitumorali o si sono sottoposti a un trapianto. L’assenza di antibiotici paralizzerebbe il nostro intero ecosistema sanitario. La società stessa non potrebbe più funzionare.

Quindi, se non si affronta il problema delle resistenze agli antibiotici, andremo incontro a una grave crisi sanitaria pubblica?

Già oggi, i medici si trovano talvolta di fronte a pazienti che non sono più in grado di curare. Senza un’innovazione continua, rischiamo di tornare a un’epoca in cui anche le infezioni di routine o gli interventi chirurgici minori potevano rivelarsi letali. Immaginate di non poter curare una semplice infezione perché nessun antibiotico funziona più: questo è lo scenario che dobbiamo prevenire. Gli antibiotici non sono un optional, bensì sono essenziali per il sistema sanitario.

Allo stesso tempo, l’innovazione in questo ambito è limitata rispetto ad altri campi terapeutici. Solo poche aziende continuano a investire massicciamente nella ricerca antibatterica in fase iniziale. Ciò non riflette una mancanza di opportunità scientifiche, ma un contesto commerciale difficile.

Quali condizioni servono affinché la ricerca di base continui a tradursi in terapie efficaci?

In questo campo, la gestione responsabile è fondamentale: ogni antibiotico ha un ciclo di vita e l’obiettivo è che ogni nuovo antibiotico rimanga efficace per decenni, salvaguardando la salute pubblica. A differenza di altri farmaci, i nuovi antibiotici vanno riservati ai pazienti più gravi e utilizzati con parsimonia. Pertanto, il loro sviluppo non è economicamente redditizio.

È qui che il mondo accademico svolge un ruolo cruciale: le università e gli istituti di ricerca pubblici possono perseguire ricerche non a scopo di lucro e approfondire la nostra comprensione dei meccanismi degli antibiotici, costituendo la base scientifica su cui si fondano le terapie future.

Inoltre, gli incentivi da parte dei governi e delle agenzie sono particolarmente importanti. Ne esistono due tipi principali: a monte, gli incentivi «push» che riducono i costi e i rischi della ricerca e dello sviluppo, sostenendo sia i successi che i fallimenti; a valle, gli incentivi «pull» che premiano le innovazioni di successo dopo l’omologazione, ad esempio attraverso premi per l’ingresso sul mercato o garanzie di acquisto.

Come trasformare la ricerca in un nuovo antibiotico? Lei da dove parte?

Il punto di partenza è la nostra base scientifica e la nostra lunga esperienza nel campo degli antinfettivi, a partire dalla tubercolosi, con la collaborazione fondamentale del mondo accademico.

Per il nostro nuovo candidato antibiotico, lo Zosurabalpin, che presto entrerà nella fase III dei test clinici, vale a dire studi su larga scala per confermare la sicurezza e l’efficacia prima dell’omologazione, sapevamo che era in grado di uccidere i batteri, ma non sapevamo come. Grazie alla collaborazione con un laboratorio di Harvard, specializzato nella ricerca di base sui meccanismi di memoria batterica, siamo riusciti a comprendere con precisione come funziona questa sostanza e a identificarne il bersaglio completamente nuovo. Ciò dimostra come la ricerca di base e lo sviluppo industriale possano, insieme, portare alla creazione di terapie realmente innovative.