La scienza dietro l’alta manifattura

Immagine per uso editoriale. Didascalia: Vahid Fakhfouri, responsabile Ricerca e Innovazione di Richemont, e Joëlle Tosetti, direttrice di CoBooster.
© Sarah Adatte, FNS

Dietro ogni orologio, gioiello o strumento di scrittura del gruppo Richemont, protagonista nel settore del lusso, si estende una rete discreta che alimenta i suoi atelier: quella della ricerca svizzera.

Laser ultraveloci. Micromacchine che realizzano componenti invisibili a occhio nudo. Sensori derivati dalle microtecnologie, incaricati di misurare specifici fenomeni fisici e di alimentare costantemente i sistemi di analisi. Intelligenza artificiale in grado di elaborare enormi volumi di dati. Tutte queste tecnologie, frutto della scienza, nutrono in profondità la competitività industriale del colosso svizzero del lusso, Richemont.

Il gruppo riunisce un portafoglio di marchi tra i più prestigiosi del lusso mondiale: Cartier, Van Cleef & Arpels, Jaeger-LeCoultre, IWC, Vacheron Constantin, Montblanc e Chloé. Nell’esercizio
, Richemont ha realizzato un fatturato di 21,4 miliardi di euro, con un margine operativo di circa il 21%. Impiega circa 39.000 collaboratori e collaboratrici in tutto il mondo, di cui oltre 9.000 in Svizzera, dove si concentrano la sua sede principale e buona parte dei suoi stabilimenti produttivi.

La ricerca di base come fondamento dell’industria

«Strutturiamo i nostri progetti di ricerca e sviluppo in base al loro grado di maturità tecnologica», spiega Vahid Fakhfouri, responsabile Ricerca e Innovazione dell’azienda. «Nelle fasi iniziali – quando stiamo ancora esplorando i principi scientifici, i materiali o i concetti tecnologici – collaboriamo con i politecnici federali di Losanna e Zurigo. Più ci si avvicina all'applicazione industriale, più le scuole universitarie di ingegneria diventano partner chiave».

In Svizzera, la geografia favorisce queste interazioni. Le distanze sono ridotte. «In poche ore di treno possiamo raggiungere gran parte dell’ecosistema accademico», sottolinea Vahid Fakhfouri. «Abbiamo a disposizione laboratori tra i più avanzati al mondo, infrastrutture uniche e competenze altamente specialistiche. Questo contesto è estremamente prezioso per un grande gruppo industriale come Richemont». Anche percorsi formativi simili tra scienziati e scienziate dell’azienda e le corrispondenti figure del mondo accademico favoriscono una buona comprensione reciproca e una cooperazione efficace.

Le collaborazioni del gruppo con la ricerca svizzera coprono un ventaglio molto ampio di ambiti, che va dai materiali avanzati alle microtecnologie, passando per la scienza dei dati e la robotica. «Oggi non è più realistico occuparsi dell’utilizzo e della valorizzazione dei dati a compartimenti stagni», sostiene il responsabile Ricerca e Innovazione. «La rapidità degli sviluppi impone una stretta cooperazione con partner accademici e centri specializzati, come lo Swiss Data Science Center».

Dal prototipo accademico alla leadership economica

Negli atelier di Richemont, alcune tecnologie illustrano concretamente questa osmosi tra scienza e industria. «Più di dieci anni fa abbiamo iniziato a lavorare sui laser a femtosecondi in collaborazione con i politecnici federali», spiega Vahid Fakhfouri. Questi laser sono in grado di emettere impulsi luminosi estremamente brevi, dell’ordine di un milionesimo di miliardesimo di secondo. La durata infinitesimale di questi impulsi consente di lavorare o modificare la materia con estrema precisione. «Oggi queste tecnologie sono utilizzate nei nostri processi di fabbricazione e costituiscono un elemento distintivo rispetto alla concorrenza».

L’impatto della ricerca si riflette anche in altri modi sulle linee di produzione del gruppo Richemont. «Alcune delle nostre micromacchine per la lavorazione ad alta velocità – che operano su scala microscopica e consentono di ridurre i costi, le emissioni di CO₂ e perfino lo spazio necessario alla produzione – sono state sviluppate nelle scuole universitarie svizzere», spiega Vahid Fakhfouri.

Un vantaggio competitivo determinante ma fragile

Più in generale, questa dinamica collaborativa delinea le priorità tecnologiche di Richemont, per il quale diversi campi scientifici avranno un ruolo strutturante nei prossimi decenni: materiali sostenibili, microfabbricazione, intelligenza artificiale, sensori e tracciabilità digitale. «L’IA sarà centrale», sottolinea Vahid Fakhfouri. «Ma non bisogna dimenticare che non ci sono dati senza sensori: le microtecnologie resteranno quindi fondamentali». Anche lo sviluppo della robotica illustra l’approccio specifico del gruppo per il futuro. «Il nostro obiettivo non è sostituire l’essere umano», osserva il responsabile Ricerca e Innovazione. «Il nostro approccio mira anzitutto a ridurre la gravosità delle mansioni e a preservare le attività artigianali ad alto valore aggiunto».

Per le aziende industriali come Richemont, l’intero ecosistema svizzero di sostegno alla ricerca e all’innovazione rappresenta un vantaggio competitivo determinante. «Strumenti come Innosuisse o CoBooster facilitano le collaborazioni e rendono più sostenibile il ritorno sull’investimento», spiega Vahid Fakhfouri. Egli evidenzia la complementarità essenziale tra ricerca di base e innovazione applicata. «I progetti sostenuti dal Fondo nazionale svizzero sono decisivi; senza questo lavoro di base, le tecnologie che trovano poi applicazione nell’industria in pratica non esisterebbero».

Nell'economia svizzera, la competitività industriale si fonda dunque più che mai sulla vicinanza tra scienza e filiera produttiva. Si tratta tuttavia di un equilibrio fragile, avverte l'esperto di Richemont: «Se il sostegno pubblico alla ricerca dovesse diminuire, la Svizzera rischierebbe di perdere competenze e vantaggi strategici».

L’ecosistema svizzero, leva di competitività: l’esempio di CoBooster

Le forme di collaborazione tra Richemont e il mondo accademico sono molteplici: tirocini per studenti e studentesse, sostegno alle tesi di laurea, mandati di ricerca, formazione continua e richieste di accesso ad attrezzature uniche. «Utilizziamo, ad esempio, infrastrutture di imaging altamente specializzate presso l’Empa o l’Istituto Paul Scherrer (PSI)», precisa Vahid Fakhfouri, responsabile Ricerca e Innovazione dell’azienda. «Senza queste risorse accademiche, alcuni progetti sarebbero semplicemente impossibili».

In questo ecosistema, che riunisce attori economici e istituti universitari, alcune iniziative svolgono il ruolo di catalizzatori, come nel caso di CoBooster. «Questa piattaforma nazionale e neutrale di innovazione collaborativa ha il compito di trasformare idee, esigenze industriali, brevetti o problematiche concrete in studi di fattibilità che riuniscono imprese, start-up, scuole universitarie e istituti di ricerca», spiega la sua direttrice Joëlle Tosetti.

In pratica, i membri di CoBooster pubblicano i propri progetti su una piattaforma protetta, talvolta in forma anonima, quando la riservatezza lo richiede. Altri attori si propongono come partner, consentendo di costituire rapidamente team multidisciplinari e di condividere costi e rischi. Per Richemont, l’impatto è tangibile. «CoBooster ci permette di sperimentare collaborazioni a costi molto contenuti», conferma Vahid Fakhfouri.

Oggi la piattaforma CoBooster riunisce oltre 750 attori a livello nazionale – grandi aziende, start-up, istituti specializzati, associazioni mantello e scuole universitarie – e ha permesso di costituire 52 team di progetti collaborativi. Oltre il 75% degli studi di fattibilità sfocia poi in progetti più ambiziosi, finanziati principalmente da Innosuisse.